-impressioni da allievi- Cascate di Ghiaccio, emozioni bollenti.

La prima volta che vidi una cascata di ghiaccio fu nel gennaio del 1995 in occasione di una trasferta durante il servizio militare.  Mi trovavo in Val Formazza, non ricordo esattamente la Località ma ho ben presente la sensazione di stupore e interesse verso quelle colate di ghiaccio che scendevano dai ripidi pendii della stretta valle. Dopo quasi 20 anni durante i quali avevo sentito vagamente parlare di “salite su cascata”, non avrei mai immaginato di ritrovarmi in equilibrio su una parete di ghiaccio nel bel mezzo di “quelle” cascate; così, se oggi posso raccontare anche di queste sensazioni, lo devo soprattutto alla “Bartolomeo Figari”, la Scuola di Alpinismo della Sez. Ligure del CAI. La prima volta che mi sono trovato alla base di una cascata di ghiaccio, nella fattispecie in quella di Lillaz (AO), ho provato una serie di sensazioni molto intense.

Vedere una grande cascata ghiacciata è per me uno degli spettacoli più belli che un paesaggio invernale possa offrire. Essere lì, alla base della colata, è qualcosa di ancora più impressionante. Il tempo sembra si sia fermato. Ciò che in qualunque altra parte dell’anno è esempio di movimento e dinamicità, di potenza e di forza, in quell’istante è come un fotogramma tridimensionale. I salti, la corrente, i flutti… tutto lì è come “immobile”, a disposizione per essere immortalato dai sensi prima ancora che dagli obiettivi delle macchine fotografiche.

Poi ti fermi e ascolti.

Passata l’emozione iniziale, diventi più attento e inizi ad osservare bene.

Solo in quel momento capisci che quel mondo di cristallo non è privo di vita, che la natura ha semplicemente rallentato il suo corso, che tutto è vivo e continua a muoversi e a mutare ; solo allora sai che devi ritrovare la concentrazione, l’umiltà e il rispetto per ciò che hai davanti perché il tuo obiettivo è salire lì, proprio dove pensi sia “impossibile” o magari “troppo difficile” per te.

Niente paura però, ci sono gli istruttori!

Passo dopo passo ti spiegano i movimenti, la posizione corretta, come piantare le piccozze, dove mettere i piedi… e poi… beh, la prima volta c’è lei : la corda dall’alto, la tua amica più fidata quando tutto il resto del tuo corpo ti grida “ma sei proprio sicuro?”. Accade quindi che tra un passo qui, uno sopra, un altro affiancato, ti rendi conto che stai salendo e questo non sembra poi così difficile. Con calma però, sei solo agli inizi. Ecco che immediatamente vieni corretto dall’istruttore di turno, perché è un po’ come avere la patente da una settimana : appena ti senti sicuro e invincibile, hai già commesso il tuo primo errore. Puntualmente metti la picca in posizione errata, non esegui correttamente “il triangolo” (metodo di progressione), tieni i talloni troppo alti… potrei fare un elenco infinito degli errori che ho commesso la mia prima volta. Il “gioco” continua, ora sempre con attenzione ma con più scioltezza, gli  istruttori li sento sempre meno, non so se è per merito mio e del fatto che diminuisco i miei errori oppure se è per via della distanza che affievolisce le voci, fatto sta che lì c’è l’albero con la sosta per cui mi “godo” gli ultimi passi prima di farmi calare. “Ok, blocca !”, “Cala !”

Scendo e appoggio le picche alla collottola per liberare le mani e scrollare le braccia. Mi sono “ghisato”, evidentemente non ho fatto tutto quello che gl’istruttori mi indicavano, ma… Dio, che bello. Che emozione. Giunto alla base sono pronto a ricevere tutte le “dritte” del caso: “questo va bene, questo un po’ meno, questo proprio no”. Ma che emozione! Ora è il turno del mio compagno a salire ed è meraviglioso leggere nei suoi occhi, o meglio, sentire nella sua voce lo stesso intenso trasporto che poco prima ho provato io. Sono fermo e guardo i miei compagni arrampicare su questa parete ghiacciata,   mi sto rilassando, ed ecco che per la prima volta lo sento davvero: il freddo! L’immancabile puntuale compagno di chi pratica questa attività. Colui che fino a quel momento è rimasto come sopraffatto dalle sensazioni, arriva tutto d’un colpo e prepotentemente. Siamo a meno nove e si sente, ci vuole una tazza di tè caldo perché non so quando avrò la possibilità di fare un’altra salita per riscaldarmi. Detto fatto. Faccio giusto tempo a chiudere il thermos che vengo subito chiamato. Si è liberata una corda. Alla “Figari” non si perde tempo, c’è il momento delle risate, quello delle battute e degli scherzi ma non è questo il momento. Questo è il momento di “lavorare per imparare”. La storia si ripete, la concentrazione caratterizza ogni movimento così come gli occhi e le voci degli istruttori che non ti perdono mai di vista anche quando tu non li vedi e soprattutto quando non li senti. Trovo il tutto meravigliosamente armonico, le mie e le loro emozioni perchè ti accorgi che nei loro occhi c’è soddisfazione quando un allievo si diverte imparando mentre tu inizi ad essere consapevole di aver fatto la scelta giusta a essere lì, in quel momento assieme al gruppo. Si fa tardi, la giornata è volata, è ora di raccogliere le attrezzature e di incamminarsi verso l’auto. Vedo facce un po’ stanche, il freddo mette sempre a dura prova il fisico ma il sorriso stampato nel viso dei miei compagni di corso è il comune denominatore dei nostri stati d’animo. La sera in Rifugio si scatenano le impressioni, le sensazioni e ci si confidano le proprie paure. Il gruppo è compatto e le battute non danno tregua. Gli istruttori si mischiano agli allievi e sono parte integrante assoluta di questo bellissimo momento di serenità e allegria. La stanchezza però bussa presto alla porta degli allievi e chissà perchè è sempre in quel momento che spunta la domanda “di rito” : “ma domani che si fa?” Ammetto che la prima volta che ho ascoltato la risposta, sono rimasto un  tantino perplesso. Un istruttore deve aver detto qualcosa del tipo “domani andiamo a fare una cascata”. Perchè? Quella di oggi cos’era? Scopri così che i mono tiri effettuati in giornata sono un semplice allenamento e che il bello deve ancora arrivare. La notte si dice porti consiglio, a me personalmente ha portato un sacco di dubbi: sarò capace? sarà difficile? Sarà più o meno dura di oggi? Riflettendoci alcune ore dopo, in sosta al secondo tiro della cascata, mi rendo conto di non aver neppure avuto il tempo di pensarci. Un’altra ondata di nuove ma altrettanto intense sensazioni hanno totalmente occupato i miei pensieri e non c’è stato spazio per i dubbi e le incertezze. Ci sono molte cose che devi mettere in conto quando affronti una cascata di più tiri, fortunatamente le più importanti e “impegnative” in primis le pensa per te il tuo istruttore che guida la cordata ma i conti con il ghiaccio che si stacca o che viene staccato da chi ti precede… beh, a quello l’istruttore non può pensare. Massima concentrazione e orecchie ben tese. Queste sono due regole che mi sono imposto autonomamente, il resto mi viene rispiegato sul campo. Ora sai perchè ti consigliano vivamente di mettere degli occhiali protettivi, ora sai perchè tempo fa ti hanno insegnato a fare i nodi con una mano sola, ora sai perchè le soste vanno fatte in un certo modo. Ora lo comprendi pienamente perchè sei lì ed essere lì è l’essenza di tutto. La cascata è quasi interamente salita, manca più un tiro. Sono un po’ stanco ma è nulla in confronto a quanto mi sento realizzato. Non ho commesso errori e ne voglio farne durante gli ultimi metri per cui metto da parte ancora per qualche minuto il relax e l’entusiasmo per concentrarmi sugli ultimi movimenti. In fondo anche questo è ciò che mi hanno insegnato. Qualche metro dopo sono in cima al lungo salto della cascata, riesco finalmente a godermi lo splendido panorama che mi circonda, sento i rumori dei miei compagni che salgono e il vociare soddisfatto di chi, arrivato prima di me, sta già mettendo via le attrezzature nello zaino. Come ogni volta che arrivo in cima ad una salita, sia essa di una cascata, di una parete di roccia o di un’intera montagna, rivolgo il mio sguardo al cielo e il mio pensiero va inevitabilmente a mia mamma che mi osserva da lassù. Il mio amore per la montagna lo devo anche e soprattutto a lei, così la porto sempre con me e in cambio ricevo la sua protezione, il suo “guardarmi le spalle” come lo chiamo io. Questa volta però non posso fare a meno di trovare un pensiero anche al nostro amico Damiano. Era proprio Damiano che avrebbe dovuto dirigere il corso di cascate di quest’anno ed è a lui che lo abbiamo dedicato.

Ciao Dami e ancora grazie.

E’ giunto il momento delle foto di “vetta”, immortalo quelle immagini che nei giorni a seguire guarderò decine di volte e che mi riporteranno sempre lì in quel momento di assoluta felicità e pienezza. Più tardi, sulla via del ritorno, sento un pizzico di nostalgia nel lasciare così presto quel paradiso ghiacciato e ciò mi rende ancora più consapevole di quanto in realtà mi sia piaciuta questa esperienza. “Non vedo l’ora di tornarci” penso, mentre guido verso casa. Sono le 21. Mi ritrovo a casa davanti ad un piatto caldo di minestra, ripenso ai due giorni passati insieme ai miei amici, ai miei compagni di corso, ai miei istruttori. La mia compagna mi guarda e mi dice “sei stravolto ma ti ridono gli occhi”, io la guardo e le sorrido anche con la bocca. Penso che il corso di cascate sia una di quelle esperienze che ti porti dentro e che non vedi l’ora di raccontare, magari un giorno proprio a coloro che, come te, vedono una cascata di ghiaccio per la prima volta e spalancano gli occhi, o magari al tuo nipotino come favola della buonanotte, o semplicemente a te stesso, per ricordare ad alta voce ciò che hai vissuto. “mangia però!” Nel piatto la minestra è ancora calda e il vapore che ne scaturisce mi fa pensare al freddo, in realtà penso al freddo come ad un piccolo pegno da pagare che nulla è in confronto alle emozioni provate. Sarà perchè le ho trovate davvero straordinarie, di quel tipo che a me piace definire: bollenti.

…un allievo (ex)

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