Serra dell’Argentera

[Articolo tratto dalla Rivista della Sezione Ligure CAI – Quotazero. Numero 2 del 2011]

Salita compiuta durante il 50’ Corso di Alpinismo della Scuola Nazionale di Alpinismo Bartolomeo Figari. Il canale Freshfleld è un’incisione di 400 metri che separa, in direzione ovest-est, la catena dell’Argentera da quella della Madre di Dio. Incassato tra le pendici di cima Purtscheller e il massiccio della Madre di Dio, è divenuta una salita classica dopo la sua prima percorrenza nel lontano 1878 per opera dell’inglese D. VI. Freshfield con E. Devouassoud, al tempo in cui tali salite erano azzardi di grande valore, Il grado di difficoltà è AD, con un’inclinazione di 45°- 55°. La cresta sud dell’Argentera, scalata per la prima volta il 23 giugno 1908 da A. Brofferio e V. Sigismondi, è una lunga via classica di III grado che dal colletto Freshfleld guadagna, con un’arrampicata su cresta, la Serra dell’Argentera. Oggi è conosciuta appunto come cresta Sigismondi.

Sono le cinque della mattina quando, calzati i ramponi sulla terrazza del Bozano, di buon passo costeggiamo le pendici del massiccio dell’Argentera e puntiamo la Madre di Dio, Superiamo l’ultima costoletta morenica e, in cordate solitarie, arriviamo in prossimità del lungo canale che pare in ottime condizioni. Sul pianoro, alla base, sono ammassati i blocchi di ghiaccio che inesorabili precipitano a valle; qua e là pietre e scaglie che galleggiano sul manto gelato, anch’esse precipitate come proiettili dalle pareti sovrastanti, a monito dell’attenzione che occorre mantenere su questo terreno.

Il chiarore dell’alba riempie l’aria, la traccia supera il conoide di deiezione e si dirige alla strozzatura. Procediamo di conserva corta così ognuno di noi è a pochi metri dal suo compagno. Aprono Alessandro e Giulia, il passo è costante, la concentrazione è tutta sull’incedere dei ramponi; è importante non scivolare. Guadagniamo metri, il respiro si fa affannoso, non abbiamo lasciato nulla al rifugio e gli zaini da tre giorni di gita si fanno sentire. A un terzo del canale c’è un ‘buco’, la lingua gelata è interrotta; il ghiaccio ha lasciato posto a un piccolo orrido che rincorre la roccia sottostante su cui gorgoglia un rigagnolo di fusione. Dopo Alessandro e Giulia arrivano Stefano, Chiara e Marco, poi Stefano legato a Michele, gli altri sono un poco indietro. Ogni istruttore tende la corda al proprio allievo misurandone i movimenti, uno a uno puntiamo la picca nelle fessure del masso adagiato all’esterno dello scivolo e con un passo lungo sul bordo roccioso, saltiamo la piccola forra. Si avvicinano anche le altre due cordate, Fabrizio legato a Lorenza e Damiano con due allievi: Alex e Alessandro. La ripidezza ora segna il passo, le cordate si compattano sempre più. Il sole stenta nel suo abbraccio ma l’aurora illumina con invitanti bagliori le vette d’intorno, I contrasti si marcano: tetri grigi di muri lisci e compatti in appicco sul canale si contaminano nel biancore del nastro ghiacciato, il cui brillio è interrotto da ciottoli e schegge che crollati ne tappezzano il flusso. Tutto è fermo, quieto, il ghiaccio notturno imbriglia ancora le rocce, il silenzio è rotto solo da qualche colpo di tosse, ognuno scava nella propria solitudine aggallando pensieri che si sciupano nell’affanno della salita.

S’intravede la cornice che chiude il canale, oltre è il colletto Freshfield: un terrazzino sospeso tra il vallone di Assedras e il vallone dell’Argentera. Affrettiamo l’andatura, il canale s’impenna regalando passi più tecnici e l’uscita di là della cornice nevosa offre l’illusione di un ‘oltre’ ancestrale. L’uscire è un emergere tra due dimensioni che si contrastano, fuori ci avvolge l’aria fresca che sale dalla valle avanti a noi, ritornano le voci della Montagna e le sue suggestioni che compaiono nelle cime della Nasta, nel Baus e nel Mercantour.

E’ presto! Che fare? Il cielo garantisce un tempo stabile e gli allievi sono tutti molto bravi. Dobbiamo ricompensare questa giornata!

Pochi gli sguardi e le parole che ci scambiamo tra istruttori, l’assenso è ponderato e unanime, gli occhi dei ragazzi, che abbiamo accompagnato sin qui, brillano di emozioni. Proseguiamo! Dove? Qualcuno intercede – la Sigismondi – rispondiamo. Ci godiamo ancora un poco la vista offerta da questo balcone, poi via ramponi e piccozze, qualcuno preferisce calzare le scarpette, e prima delle otto attacchiamo la placconata rossastra che dà inizio alla via. La roccia è superba, articolata in zone più rotte: scisti e gneiss brulicanti di licheni che ne indorano l’aspetto. Pochi i chiodi sulla via, la prima parte è puro terreno d’avventura, da cercare muovendosi tra frastagliature, lame e placche. Continuiamo in conserva, questa volta assicurata, sfruttando le naturali asperità per posizionare fettucce, cordini e protezioni veloci. La parete è larga, ognuno si sceglie un percorso. Le cordate si distanziano, quelle a tre sono inevitabilmente più lente. Meglio non essere processionarie su queste placche solcate da cenge che raccolgono pietre e sfasciumi. Ogni alpinista è conscio del pericolo che il crollo di un sasso o di un pezzo di ghiaccio può creare. Quando ciò accade le cordate si fermano, gli alpinisti si acquattano come possono cercando nell’aria il bolide. Il primo che lo scorge dà l’allarme in un commovente passaparola. Come agili e piccole suricate, gli alpinisti gridano con grave effetto domino – pietra, pietra, pietraaa! – una parola ‘semplice’ e coerente. Ognuno è fermo, guarda l’oggetto cadere cercando di indovinarne la traiettoria e aspetta che tutti ne escano indenni. Poi si ricomincia. Questi echi ci accompagnano per buona parte della salita, ma non corrompono la leggerezza e la serenità del momento. Su tutti i volti sorrisi e soddisfazione per un’avventura che pare impagabile. La via richiede più impegno psicologico che tecnico per la sua lunghezza e per l’ambiente. Un gesto alla volta, in una scalata continua su tratti a volte verticali a volte meno pendenti, incontrando diedri dai piccoli appigli di quarzo e placche con lame fessurate, raggiungiamo gli ultimi sfasciumi che annunciano la vetta illuminata. L’abbraccio del sole è una promessa rincuorante. I primi a raggiungere cima Purtscheller sono Fabrizio e Lorenza, che si godono il momento di solitaria. Negli occhi degli allievi si può scorgere la scoperta, uno stupore di meraviglia che, accendendosi, t’inizia a quel bisogno che da secoli spinge gli uomini a cimentarsi in questi ambienti. Dal limitato terrazzino a 3040 metri cerchiamo di indovinare il Bivacco Guiglia oltre la vallata, sotto la Fremamorta. Fabrizio fa il giro d’orizzonte nominando le vette: dal gruppo del Gelas al monte Matto, sino al Brec de Chambeyron, dove le nubi chiudono Io sguardo.

La via è ancora lunga, davanti a noi si dispone tutta la cresta che conduce sull’Argentera: è un ventaglio che taglia il cielo, una prua continua che si staglia in pinnacoli e guglie, a destra si getta a picco sul piano di Assedras, a sinistra cinge un ghiacciaio pensile appeso sul vallo- ne dell’Argentera. Dobbiamo proseguire, il tempo può cambiare e non possiamo farci trovare ancora in cresta, la ritirata sarebbe troppo complicata. Lambendo la neve del ghiacciaio scendiamo alla forcella Purtscheller, i passi sono misurati, il terreno non presenta alte difficoltà ma vi è una forte esposizione. Ci spostiamo a sinistra verso nord e rimontiamo la cima Genova scalando una paretina verticale solcata da una piccola fessura che permette di posizionare un friend e di accennare una Dulfer. Poco sopra riagganciamo il filo di cresta, è più rotto e le rocce sono più instabili. La fatica bussa alla testa dei più inesperti, la Montagna inizia a presentare il suo conto, In bassa valle vola un elicottero del Soccorso: speriamo che per qualcuno il conto non sia troppo salato!

La scalata offre momenti unici di solitudine: su queste guglie ognuno può incontrare se stesso. Verso la cima principale la cresta s’impenna, ci troviamo a ‘funambolare’, tutt’intorno è un ‘precipito’ continuo. Scorgiamo persone scendere dal canale dei Detriti, oramai del tutto evidente in basso alla nostra destra. Sulle vette appaiono nuvoloni e oltre la cima dell’Argentera sale la prima foschia, risolta una placca sotto la Genova, ancora per filo di cresta con un passo atletico su lame staccate superiamo un intaglio sporco di neve che conduce a un breve diedro ben appigliato. Un’ultima protezione veloce e poi un pendio più agevole che per placche e rocce rotte ci fa guadagnare la vetta, qualche stretta di mano e foto di rito ma, non c’è molto tempo. Fabrizio, arrivato per primo, ha già attrezzato una doppia e scende per sincerarsi della sosta successiva e attrezzare la seconda doppia. Appesi nel vuoto filiamo gli allievi. La sosta in basso è più comoda ma esposta alla caduta di pietre che si staccano mentre si scende dalla Genova. Damiano chiude il gruppo e recupera il materiale. La cengia dei Camosci è coperta di neve, dobbiamo arrivare al passo dei Detriti ancora per cresta. Attrezziamo una fissa e uno per volta scendiamo. Alle due del pomeriggio siamo fuori, abbiamo ancora la lunga discesa per i ghiaioni e la neve dei Detriti ma il tempo impiegato nella discesa tra questi monti farà sedimentare ancor di più in un ricordo indelebile la ricompensa di questa giornata.

La Scuola di Alpinismo “Bartolomeo Figari”

Partecipanti:
Fabrizio Grasso (lA)
Stefano Pisano (lA)
Damiano Barabino (lA)
Stefano Brassesco (IS)
Alessandro Raso (IS)
Marco Scotto (Al)
Chiara Sciaccaluga
Alex Borrini
Giulia Carravieri
Alessandro Del Ponte
Lorenza Faita
Michele Vigevani

(lA: Istruttore di Alpinismo, IS: Istruttore Sezionale, AI: Aiuto Istruttore)

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