CORSO AVANZATO DI CASCATE DI GHIACCIO

[Dopo quattro anni dal primo Corso di Cascate riportiamo uno stralcio dell’Articolo pubblicato sulla Rivista della Sezione Ligure CAI – Quotazero. Numero 2 del 2010]

CASCATE SODOMA (SX) E GOMORRA (DX), VAL PELLINE-VAL D’AOSTA.

…L’arrampicata su ghiaccio è parte integrante dell’alpinismo, nasce e si evolve contribuendo ad una sua sempre più alta espressione. Arrampicare su ghiaccio è scalare flussi di acqua ghiacciata, cascate e goulotte che danno origine ad un’infinita varietà di forme: con strutture a parete o a colonna, verticali ed aggettanti od abbattute, diverse per conformazione, difficoltà e bellezza.  … Si procede su un terreno fragile e mutevole, dove quello che ci circonda, lo stesso terreno al quale siamo aggrappati, ad un semplice contatto può anche svanire. E’ un ambiente dominato dalla forma plasmata dal gelo. La metamorfosi è continua e la peculiarità, forse, racchiude la possibilità unica di trovare sempre del nuovo e provare ancora le sensazioni di chi non è mai stato preceduto da nessun altro prima.

MOMENTI DEL CORSO. CASCATA Y, VAL GRESSONEY-VAL D’AOSTA.

… Malgrado il nostro clima non permetta condizioni ideali per il cascatismo, l’ambiente genovese ha più volte espresso alpinisti di pregio per la scalata su ghiaccio ripido che, ovviamente hanno dovuto e debbono fare i conti con discreti ed onerosi spostamenti alla ricerca di valli più fredde e consone alla formazione di stabili cascate ghiacciate.    … A differenza della disciplina classica e dell’arrampicata sportiva che trovano tra le nostre valli luoghi del tutto invidiabili per tali pratiche: pensiamo al finalese, ad Albenga e Toirano, nell’immediato ponente ligure; ma anche agli appicchi sul mare dello spezzino o ancora, poco più distanti, alle Alpi Liguri e Marittime. Ciò che storicamente non è stato possibile a causa dell’elevato impegno, spesso economico, oggi è reso fattibile dalla maggiore velocità ed economia degli spostamenti, per cui l’andar per fredde valli oltre Appennino risulta sicuramente più praticabile anche nell’ambito della nostra Scuola.

MOMENTI DEL CORSO. CASCATA CASTELLO INCANTATO, VALLONE DI CHAMPDEPRAZ-VAL D’AOSTA.

Pertanto quest’anno, nel cinquantennale della sua fondazione, la Scuola Nazionale d’Alpinismo Bartolomeo Figari si è arricchita di un nuovo corso di scalata su ghiaccio… … Il successo ottenuto ha determinato l’inserimento stabile di quest’insegnamento nel calendario didattico della Scuola a cui, oltre ai già noti Corso di Alpinismo (ARG1) e Corso di Arrampicata Libera (AL1). … Il corso, indirizzato a persone già in possesso di conoscenze di manovre di corda e di esperienza in ambiente alpino, pone particolare attenzione sia sulla sicurezza che sulla tecnica individuale di progressione su ghiaccio verticale.

USCITA SU MISTO. CASCATA VALERIA, VALLE VARAITA.

La Scuola di Alpinismo Bartolomeo Figari

-impressioni da allievi- Cascate di Ghiaccio, emozioni bollenti.

La prima volta che vidi una cascata di ghiaccio fu nel gennaio del 1995 in occasione di una trasferta durante il servizio militare.  Mi trovavo in Val Formazza, non ricordo esattamente la Località ma ho ben presente la sensazione di stupore e interesse verso quelle colate di ghiaccio che scendevano dai ripidi pendii della stretta valle. Dopo quasi 20 anni durante i quali avevo sentito vagamente parlare di “salite su cascata”, non avrei mai immaginato di ritrovarmi in equilibrio su una parete di ghiaccio nel bel mezzo di “quelle” cascate; così, se oggi posso raccontare anche di queste sensazioni, lo devo soprattutto alla “Bartolomeo Figari”, la Scuola di Alpinismo della Sez. Ligure del CAI. La prima volta che mi sono trovato alla base di una cascata di ghiaccio, nella fattispecie in quella di Lillaz (AO), ho provato una serie di sensazioni molto intense.

Vedere una grande cascata ghiacciata è per me uno degli spettacoli più belli che un paesaggio invernale possa offrire. Essere lì, alla base della colata, è qualcosa di ancora più impressionante. Il tempo sembra si sia fermato. Ciò che in qualunque altra parte dell’anno è esempio di movimento e dinamicità, di potenza e di forza, in quell’istante è come un fotogramma tridimensionale. I salti, la corrente, i flutti… tutto lì è come “immobile”, a disposizione per essere immortalato dai sensi prima ancora che dagli obiettivi delle macchine fotografiche.

Poi ti fermi e ascolti.

Passata l’emozione iniziale, diventi più attento e inizi ad osservare bene.

Solo in quel momento capisci che quel mondo di cristallo non è privo di vita, che la natura ha semplicemente rallentato il suo corso, che tutto è vivo e continua a muoversi e a mutare ; solo allora sai che devi ritrovare la concentrazione, l’umiltà e il rispetto per ciò che hai davanti perché il tuo obiettivo è salire lì, proprio dove pensi sia “impossibile” o magari “troppo difficile” per te.

Niente paura però, ci sono gli istruttori!

Passo dopo passo ti spiegano i movimenti, la posizione corretta, come piantare le piccozze, dove mettere i piedi… e poi… beh, la prima volta c’è lei : la corda dall’alto, la tua amica più fidata quando tutto il resto del tuo corpo ti grida “ma sei proprio sicuro?”. Accade quindi che tra un passo qui, uno sopra, un altro affiancato, ti rendi conto che stai salendo e questo non sembra poi così difficile. Con calma però, sei solo agli inizi. Ecco che immediatamente vieni corretto dall’istruttore di turno, perché è un po’ come avere la patente da una settimana : appena ti senti sicuro e invincibile, hai già commesso il tuo primo errore. Puntualmente metti la picca in posizione errata, non esegui correttamente “il triangolo” (metodo di progressione), tieni i talloni troppo alti… potrei fare un elenco infinito degli errori che ho commesso la mia prima volta. Il “gioco” continua, ora sempre con attenzione ma con più scioltezza, gli  istruttori li sento sempre meno, non so se è per merito mio e del fatto che diminuisco i miei errori oppure se è per via della distanza che affievolisce le voci, fatto sta che lì c’è l’albero con la sosta per cui mi “godo” gli ultimi passi prima di farmi calare. “Ok, blocca !”, “Cala !”

Scendo e appoggio le picche alla collottola per liberare le mani e scrollare le braccia. Mi sono “ghisato”, evidentemente non ho fatto tutto quello che gl’istruttori mi indicavano, ma… Dio, che bello. Che emozione. Giunto alla base sono pronto a ricevere tutte le “dritte” del caso: “questo va bene, questo un po’ meno, questo proprio no”. Ma che emozione! Ora è il turno del mio compagno a salire ed è meraviglioso leggere nei suoi occhi, o meglio, sentire nella sua voce lo stesso intenso trasporto che poco prima ho provato io. Sono fermo e guardo i miei compagni arrampicare su questa parete ghiacciata,   mi sto rilassando, ed ecco che per la prima volta lo sento davvero: il freddo! L’immancabile puntuale compagno di chi pratica questa attività. Colui che fino a quel momento è rimasto come sopraffatto dalle sensazioni, arriva tutto d’un colpo e prepotentemente. Siamo a meno nove e si sente, ci vuole una tazza di tè caldo perché non so quando avrò la possibilità di fare un’altra salita per riscaldarmi. Detto fatto. Faccio giusto tempo a chiudere il thermos che vengo subito chiamato. Si è liberata una corda. Alla “Figari” non si perde tempo, c’è il momento delle risate, quello delle battute e degli scherzi ma non è questo il momento. Questo è il momento di “lavorare per imparare”. La storia si ripete, la concentrazione caratterizza ogni movimento così come gli occhi e le voci degli istruttori che non ti perdono mai di vista anche quando tu non li vedi e soprattutto quando non li senti. Trovo il tutto meravigliosamente armonico, le mie e le loro emozioni perchè ti accorgi che nei loro occhi c’è soddisfazione quando un allievo si diverte imparando mentre tu inizi ad essere consapevole di aver fatto la scelta giusta a essere lì, in quel momento assieme al gruppo. Si fa tardi, la giornata è volata, è ora di raccogliere le attrezzature e di incamminarsi verso l’auto. Vedo facce un po’ stanche, il freddo mette sempre a dura prova il fisico ma il sorriso stampato nel viso dei miei compagni di corso è il comune denominatore dei nostri stati d’animo. La sera in Rifugio si scatenano le impressioni, le sensazioni e ci si confidano le proprie paure. Il gruppo è compatto e le battute non danno tregua. Gli istruttori si mischiano agli allievi e sono parte integrante assoluta di questo bellissimo momento di serenità e allegria. La stanchezza però bussa presto alla porta degli allievi e chissà perchè è sempre in quel momento che spunta la domanda “di rito” : “ma domani che si fa?” Ammetto che la prima volta che ho ascoltato la risposta, sono rimasto un  tantino perplesso. Un istruttore deve aver detto qualcosa del tipo “domani andiamo a fare una cascata”. Perchè? Quella di oggi cos’era? Scopri così che i mono tiri effettuati in giornata sono un semplice allenamento e che il bello deve ancora arrivare. La notte si dice porti consiglio, a me personalmente ha portato un sacco di dubbi: sarò capace? sarà difficile? Sarà più o meno dura di oggi? Riflettendoci alcune ore dopo, in sosta al secondo tiro della cascata, mi rendo conto di non aver neppure avuto il tempo di pensarci. Un’altra ondata di nuove ma altrettanto intense sensazioni hanno totalmente occupato i miei pensieri e non c’è stato spazio per i dubbi e le incertezze. Ci sono molte cose che devi mettere in conto quando affronti una cascata di più tiri, fortunatamente le più importanti e “impegnative” in primis le pensa per te il tuo istruttore che guida la cordata ma i conti con il ghiaccio che si stacca o che viene staccato da chi ti precede… beh, a quello l’istruttore non può pensare. Massima concentrazione e orecchie ben tese. Queste sono due regole che mi sono imposto autonomamente, il resto mi viene rispiegato sul campo. Ora sai perchè ti consigliano vivamente di mettere degli occhiali protettivi, ora sai perchè tempo fa ti hanno insegnato a fare i nodi con una mano sola, ora sai perchè le soste vanno fatte in un certo modo. Ora lo comprendi pienamente perchè sei lì ed essere lì è l’essenza di tutto. La cascata è quasi interamente salita, manca più un tiro. Sono un po’ stanco ma è nulla in confronto a quanto mi sento realizzato. Non ho commesso errori e ne voglio farne durante gli ultimi metri per cui metto da parte ancora per qualche minuto il relax e l’entusiasmo per concentrarmi sugli ultimi movimenti. In fondo anche questo è ciò che mi hanno insegnato. Qualche metro dopo sono in cima al lungo salto della cascata, riesco finalmente a godermi lo splendido panorama che mi circonda, sento i rumori dei miei compagni che salgono e il vociare soddisfatto di chi, arrivato prima di me, sta già mettendo via le attrezzature nello zaino. Come ogni volta che arrivo in cima ad una salita, sia essa di una cascata, di una parete di roccia o di un’intera montagna, rivolgo il mio sguardo al cielo e il mio pensiero va inevitabilmente a mia mamma che mi osserva da lassù. Il mio amore per la montagna lo devo anche e soprattutto a lei, così la porto sempre con me e in cambio ricevo la sua protezione, il suo “guardarmi le spalle” come lo chiamo io. Questa volta però non posso fare a meno di trovare un pensiero anche al nostro amico Damiano. Era proprio Damiano che avrebbe dovuto dirigere il corso di cascate di quest’anno ed è a lui che lo abbiamo dedicato.

Ciao Dami e ancora grazie.

E’ giunto il momento delle foto di “vetta”, immortalo quelle immagini che nei giorni a seguire guarderò decine di volte e che mi riporteranno sempre lì in quel momento di assoluta felicità e pienezza. Più tardi, sulla via del ritorno, sento un pizzico di nostalgia nel lasciare così presto quel paradiso ghiacciato e ciò mi rende ancora più consapevole di quanto in realtà mi sia piaciuta questa esperienza. “Non vedo l’ora di tornarci” penso, mentre guido verso casa. Sono le 21. Mi ritrovo a casa davanti ad un piatto caldo di minestra, ripenso ai due giorni passati insieme ai miei amici, ai miei compagni di corso, ai miei istruttori. La mia compagna mi guarda e mi dice “sei stravolto ma ti ridono gli occhi”, io la guardo e le sorrido anche con la bocca. Penso che il corso di cascate sia una di quelle esperienze che ti porti dentro e che non vedi l’ora di raccontare, magari un giorno proprio a coloro che, come te, vedono una cascata di ghiaccio per la prima volta e spalancano gli occhi, o magari al tuo nipotino come favola della buonanotte, o semplicemente a te stesso, per ricordare ad alta voce ciò che hai vissuto. “mangia però!” Nel piatto la minestra è ancora calda e il vapore che ne scaturisce mi fa pensare al freddo, in realtà penso al freddo come ad un piccolo pegno da pagare che nulla è in confronto alle emozioni provate. Sarà perchè le ho trovate davvero straordinarie, di quel tipo che a me piace definire: bollenti.

…un allievo (ex)

“VIA SOLO PER BRUNA” ROCCA CASTELLO

ROCCA CASTELLO (2452m)

“VIA SOLO PER BRUNA” D+ / V / S2 (180m) Loc. Chiappera – Acceglio (CN)

PARTENZA E AVVICINAMENTO : Si percorre tutta la Val Maira sino a Chiappera (1660m, 93km da Mondovì). Si prosegue sulla strada oltrepassando il bivio per il campeggio campo base (sulla sx) e si prosegue superando due tornanti (spiazzo per posteggio). All’uscita del secondo tornante parte il sentiero per il Colle Gregùri (1690m). Si percorre il sentiero che conduce al colle sino a quota 2100 circa dove s’incontra un bivio, si prosegue a sx sempre verso il colle (2319m) che lo si raggiunge dopo circa 1,5 h dall’auto.

In alternativa, si prosegue su strada sterrata (buona) superando il posteggio e la partenza del sentiero, costeggiando la parete Ovest del Gruppo Provenzale Castello, si supera un ponte e dopo due tornanti si posteggia in prossimità di alcune case a quota 2100 ca. Da lì per sentiero verso la Cappella, quindi si sale in direzione S-E verso la Rocca. (1h ca. dall’auto). La via attacca a sinistra della Sigismondi, circa 50 metri più in basso, poco a sinistra di un camino erboso che sale diagonalmente la parete da dx verso sx.

DESCRIZIONE DELLA VIA  :

L1  –  (50m) max V/V+Si attacca la parete che alterna tratti più facili a tratti un po’ più delicati. Si sale più o meno dritti sino a superare un leggero tetto ben ammanigliato. Quando la via si avvicina allo spigolo dx, si può aggirare lo spigolo e salire per diedro oppure spostarsi leggermente a dx su placca (protetta da spit), quindi si raggiunge la sosta poco oltre (due spit e catena). L2 – (20m) max III – Si sale sopra la sosta su muro con ottimi appigli (III) e si prosegue sino alla sommità (cresta), si piega quindi a dx per facili rocce / sfasciumi (II) sino alla sosta situata sulla cengia della normale (due spit, catena e maillon). L3 – (30m) max V+ - Partenza sopra la sosta su grossi blocchi sino all’altezza di una bella placca verticale giallastra, da qui si hanno due opzioni : 1) proseguire su placca delicata (V+) e seguire gli spit, 2) rimanere un poco a sx sul diedro (due chiodi, IV). Superato il diedro si prosegue su facile placca abbattuta sino alla sosta (tre spit, catena a maillon). L4 – (35m) max III+ - Si parte nuovamente sopra la sosta e si prosegue in verticale lungo facili rocce che offrono ottimi appigli e appoggi. La parete si fa via via più abbattuta sino a convergere su una comoda cengia dove si trova la sosta (due pit e catena). L5 – (35m) max IV – Si attacca leggermente a sx della sosta in direzione di uno spigolo, lo si supera e si prosegue tenendosi sempre un po’ a sx lungo una stupenda placca con lame, poi si prosegue dritti su roccia ottima via via più abbattuta, fino alla sosta su una piccola cengia (due spit e catena). L6 – (10m) max IV+ - Partenza sopra la sosta su placca, si sale dritti sin quasi a portarsi sotto la spiovenza del tetto della cima, quindi si piega a dx seguendo le protezioni e con un passo esposto un po’ delicato si aggira l’ultimo spigolo prima della sosta situata sul piano roccioso della cima. DISCESA : Vi sono molte possibilità di calata, tuttavia la maggior parte di esse ripercorre il grande canale detritico della via normale sul lato est. della rocca. (partenze : 2 anelli di calata subito sotto la croce lato est della stessa, ovvero l’ultima sosta della via “King Line”, oppure 2 anelli di calata sulla placca verticale sotto la croce a nord della stessa, oppure 2 anelli di calata sulla parete est (stessa sosta della S5 della Sigismondi). Le prime due partenze conducono, dopo una calata di 40 metri, alla successiva sosta di calata poco a dx faccia a monte. Da lì con un’altra calata di 40/50 metri si giunge alla cengia della via normale (la stessa che conduce alla S2 della Sigismondi). Percorrendo interamente la cengia si raggiunge il cavo d’acciaio posto su un grosso spuntone poco a sud dello spit della S1. In alternativa è possibile scendere con altre due calate (20 e 50m) dalla sosta all’inizio della cengia della via normale (senza quindi doverla percorrere). NOTE : Via stupenda, mai banale ma mai veramente difficile. Interamente protetta a spit anche ravvicinati dove serve, tuttavia non ci si aspetti di essere in falesia.  Consigliato scendere sulla via di salita e rispettando tutte le soste. MATERIALE UTILE : Due set x soste e qualche friend medio si vuol proprio esagerare con le protezioni.

Benny

“VIA SIGISMONDI” ROCCA CASTELLO

ROCCA CASTELLO (2452m)

“VIA SIGISMONDI” AD / III+ / S2 / R1 (120m) Loc. Chiappera – Acceglio (CN)

PARTENZA E AVVICINAMENTO : Si percorre tutta la Val Maira sino a Chiappera (1660m, 93km da Mondovì). Si prosegue sulla strada oltrepassando il bivio per il campeggio campo base (sulla sx) e si prosegue superando due tornanti (spiazzo per posteggio). All’uscita del secondo tornante parte il sentiero per il Colle Gregùri (1690m). Si percorre il sentiero che conduce al colle sino a quota 2100 circa dove s’incontra un bivio, si prosegue a sx sempre verso il colle (2319m) che lo si raggiunge dopo circa 1,5 h dall’auto. La via attacca proprio sullo spartiacque di fronte alla Rocca (spalle al bunker del colle), proprio a ridosso di un masso abbattuto (che funge anche da comodo piano di preparazione). Vi sono comunque evidenti tracce di sentiero.

DESCRIZIONE DELLA VIA  :

L 1  –  (30m) max III – Si attacca la parete che offre ottimi appoggi e appigli (III) fino ad una piccola cengia detritica dove si trovano due spit in caso si volesse già sostare e dividere il tiro in due. Si prosegue a sx nel diedro/camino formato da grossi blocchi di vecchi distacchi, superato il passaggio si ripiega a dx sino a sostare sullo spit nella placca di fronte su un comodo terrazzo. L 2 – (15m) max II – Si percorre la cengia della via normale per circa 20 metri in orizzontale, al secondo spit si sale verticalmente sul vago diedro sino a superare il terzo spit, quindi si prosegue a sx su cengia erbosa sino ad incontrare la sosta (due spit). L 3 – (30m) max III+ – Si sale il canale “a gradoni” via via più compatto e stretto sino a diventare un camino che taglia interamente la parete. Con una spaccata si passa da una parete all’altra e si risale ancora per qualche metro giungendo su una piccola cengia con due spit di sosta (III+, dal camino). L 4 – (20m) max III+ - Si sale a sx della sosta sul filo di cresta e si percorre il piccolo camino sino alla sommità dello stesso. Sosta su pilastrino (2 chiodi e cordone). L 5 – (25m) max III – Si prosegue sul filo di cresta per alcuni metri per poi spostarsi un poco a dx aggirando la punta di uno sperone, si continua su una cengia sulla parete ovest sino alla successiva placca rocciosa di cresta. Si sale con un paio di passi la placca, si aggira lo spigolo sulla dx e si risale la placca diagonalmente sino quasi alla cresta. Da qui si prosegue dritti in cresta ancora per alcuni metri sino alla sosta posta a sx sul grande spiazzo roccioso poco sotto la vetta. DISCESA :Vi sono molte possibilità di calata, tuttavia la maggior parte di esse ripercorre il grande canale detritico della via normale sul lato est. della rocca. (partenze : 2 anelli di calata subito sotto la croce lato est della stessa, ovvero l’ultima sosta della via “King Line”, oppure 2 anelli di calata sulla placca verticale sotto la croce a nord della stessa, oppure 2 anelli di calata sulla parete est (stessa sosta della S5 della Sigismondi). Le prime due partenze conducono, dopo una calata di 40 metri, alla successiva sosta di calata poco a dx faccia a monte. Da lì con un’altra calata di 40/50 metri si giunge alla cengia della via normale (la stessa che conduce alla S2 della Sigismondi). Percorrendo interamente la cengia si raggiunge il cavo d’acciaio posto su un grosso spuntone poco a sud dello spit della S1. In alternativa è possibile scendere con altre due calate (20 e 50m) dalla sosta all’inizio della cengia della via normale (senza quindi doverla percorrere). NOTE : Via classica mai difficile ma mai banale vista l’esposizione e la chiodatura lunga. Proprio la chiodatura è stata rivista sostituendo (e in alcuni casi integrando) il tutto con spit inox che ne facilitano tra l’altro l’individuazione. E’ possibile integrare con fettucce e friend medi (da 0.75 a 2). Vista la linea molto a “zig zag”, è consigliabile rinviare alternando le corde per un miglior scorrimento. E’ possibile dividere la seconda calata in 2 doppie, sostando su una sosta di calata un po’ nascosta (catena e cordini) sulla sx (faccia a monte) a circa 30m di corda. Il canale della normale infatti è molto irregolare e il rischio di incastri delle corde è abbastanza concreto. MATERIALE UTILE : Friend dallo 0.5 al 3, 2/3 fettucce + due set x soste.

Benny

DAMIANO

MA QUANTO E’ FORTE DAMIANO?

A volte nella vita ci capita di conoscere delle persone speciali, delle persone che hanno un “non so che” che rapisce, che ci attirano a loro come fossero delle calamite e che ci fanno sentire affini anche se magari non si conoscono poi tanto. Per me Damiano era una di queste persone. Ancora non l’avevo visto e già avevo sentito parlare delle sue gesta. Poi l’ho avuto come maestro, in veste di istruttore del CAI, al corso di alpinismo. Infine, ho conosciuto l’uomo e, forse, l’amico. Si, perché non ci conoscevamo da tanto e probabilmente il nostro non poteva essere proprio definito un rapporto di amicizia, ma il tempo passato insieme è stato sufficiente a farmi capire quanto fosse straordinario.

La prima volta che ne ho sentito parlare mi era stato decritto come una specie di Superman dell’alpinismo, una di quelle figure mitologiche alla Messner o alla Bonatti. Quando poi sono entrato nel mondo della Scuola di Alpinismo “Bartolomeo Figari” tutti, allievi e istruttori, parlavano di lui con un rispetto e un’ammirazione degna dei grandi nomi dell’alpinismo mondiale; in più, la popolazione femminile lo riteneva unanimemente un “figo”. Insomma, uno di quelli che ti diventano antipatici solo perché tutti li elogiano. Ma era una specie di ectoplasma: non si vedeva mai in giro, dal momento che era sempre impegnato di qua o di là con qualche parete.

Poi finalmente l’incontro. Ricordo la prima volta che l’ho visto, alla premiazione quale miglior alpinista dell’anno. Ho pensato “tutto qui?”, perché in realtà non aveva proprio l’aspetto del supereroe né tantomeno del classico alpinista, non aveva neppure la barba. Anzi sembrava il tipico bravo ragazzo dalla faccia pulita, un po’ timido, che tutte le mamme vorrebbero per le proprie figlie.

Quando l’ho conosciuto al corso di Alpinismo ho capito quanto Damiano fosse molto di più di tutte le cose che si raccontavano di lui. Era sempre allegro, gentile con tutti, sempre pronto a scherzare e a spronare gli allievi dei corsi trasmettendogli tutta la sua passione perla montagna. Era sempre a raccontare di salite, montagne, nevi e ghiacci, appena affrontati o da affrontare. E ovviamente era fortissimo. In palestra di roccia risolveva senza difficoltà qualunque problema si presentasse. Nelle salite in alta montagna era sempre tra i primi a tornare alla “base”.

Tra noi allievi del corso c’era sempre la speranza di andare con lui perché voleva dire fare parte di una cordata forte. Una volta sola ho avuto il privilegio di legarmi con lui, salendo sul Polluce col corso di Alpinismo. Il freddo e il vento che per me erano insopportabili, tanto da farmi rinunciare, per lui erano solo un venticello fresco. Quando gli ho detto che magari la neve non faceva per me, perché il freddo mi scoraggiava troppo, mi ha risposto che bastava coprirsi di più e riprovare. In effetti l’anno dopo è andata molto meglio.

Poi quando ho cominciato a frequentare la scuola di Alpinismo, ho conosciuto il ragazzo. Una persona normale, con una vita normale e problemi normali: l’università (medicina), la scuola di specialità (cardiologia), la ricerca del lavoro.

E con una grande passione, fatta di imprese eccezionali. Come quella epica sulla famigerata Nord dell’Eiger. Una parete tanto importante da scoraggiarti solo per il nome che porta. Ero sempre in attesa di leggere, qua o la, il resoconto delle sue avventure. La semplicità con cui raccontava delle sue imprese era disarmante. Una volta ad un corso, un allievo gli ha chiesto quanto ci aveva messo a scalare l’Eiger e, alla risposta di Damiano, due giorni, come aveva fatto a dormire. Lui con tutto il candore di questo mondo ha risposto: “mi sono seduto su uno zoccoletto appena accennato in mezzo alla neve, mi sono legato ad un chiodo, e mi sono infilato il sacco a pelo in testa, sai non c’era tanto spazio per muoversi o stendersi; 5 minuti e dormivo già”.

E poi era contagioso. I Suoi racconti dell’Eiger, della Scozia, delle salite nelle alpi, il Cervino, il Fitz Roy e la Patagonia, per me erano come avventure in terre fantastiche. Ogni volta che parlavo con lui, subito dopo avrei voluto scalare questa o quella montagna.

Ed era disponibile: aveva sempre qualcosa da proporre o da consigliare. Ho perso il conto delle volte in cui gli ho scritto chiedendogli dove potessi andare a fare qualche salita, e lui prontamente mi rispondeva offrendomi mille soluzioni. Era una specie di tour operator alpinistico. Qualche volta gli ho anche chiesto se andavamo a fare qualche salita insieme ma per un motivo o per l’altro non ci siamo mai riusciti. Peccato.

In più niente lo scoraggiava: alzarsi presto, il vento, il freddo, fare un sacco di chilometri, aver poche ore di luce, dormire all’addiaccio.

Insomma una di quelle persone che sono straordinarie nella loro semplicità. Una di quelle che sono di ispirazione per tutti coloro che popolano il mondo verticale.

Quando vado in montagna con gli amici di sempre a fare qualcosa di più impegnativo e magari me ne vanto, mi sento rispondere sempre: “cosa sarà mai? Damiano ha fatto la Nord dell’Eiger”.

Ora mi piace pensare che abbia deciso di scalare la montagna più alta di tutte, quella che ci porta lassù, e che sia solo un’altra delle sue eccezionali salite di cui parleremo per gli anni a venire ancora una volta dicendoci: “ma quanto è forte Damiano?”.

V.P.